1 - L'incendio della vigilia di Ognissanti

Chiesa di San Niccolò: 31 ottobre 1897, all'alba
Il tempo era cambiato quasi all'improvviso durante la notte.
Don Sinibaldo Conti, parroco di San Niccolò Oltrarno, dormiva profondamente nella canonica, cercando di ritemprarsi in vista delle lunghe e solenni celebrazioni di Ognissanti. Il rumore in lontananza di una finestra che sbatteva lo svegliò di soprassalto. Alzandosi vide dalla finestra della sua stanza, sui tetti delle case vicine ancora bagnati dalla pioggia, il riflesso biancastro della facciata della chiesa di San Miniato al Monte; vide anche nel cielo terso e profondo la via lattea e le costellazioni circumpolari, prima che la luce del nascente, lattiginoso giorno, sbiadisse il cielo notturno. Come tutte le mattine doveva celebrare la messa per i suoi parrocchiani: sarebbe stata solo una prima delle tante funzioni commemorative che lo avrebbero impegnato per i giorni a venire, Ognissanti prima, il giorno dei Morti poi. I paramenti funerari, il nero e il violetto, avrebbe sostituito, nel breve volgere di un giorno, i paramenti bianchi e oro della festa solenne del giorno prima. " Vanitas vanitatum. Omnia vanitas". "Vanità di vanità, tutto è vanità"; avrebbe ricordato la liturgia. E " Vanitas vanitatum" ripeteva fra sé e sé, a fior di labbra don Sinibaldo. Tutto è fugace e caduco nella vita. Un pensiero particolarmente adatto al giorno dei Morti, in effetti. Al trionfo dei Santi, succedeva la mortificazione e la corruzione della carne.
Accendendo le candele sull'altare maggiore si rese conto da dove era provenuto il rumore che lo aveva svegliato: la finestra al di sopra dell'altar maggiore era aperta, i vetri in terra ed una leggera brezza muoveva il fuoco delle candele. Dentro di sé fece il pensiero di far sostituire prima possibile quel vetro rotto per evitare che, se ricominciava a piovere, l'acqua potesse danneggiare i dipinti che si trovavano vicino alla finestra.
Una volta conclusa la recita del breviario, rimase in contemplazione di un dipinto che ormai da un po' di tempo lo interessava. Era attirato da quella immagine perchè non era ancora riuscito a comprenderne il significato nel profondo. Si trattava di un dipinto che uno degli studiosi più famosi , attribuiva al grande Gentile da Fabriano che nei primi anni del Quattrocento aveva lavorato a Firenze per alcune famiglie importanti della città. Di questa sua attività fiorentina si potevano ancora ammirare in città due capolavori universalmente riconosciuti: l'Adorazione" dei Magi che il grande maestro aveva eseguito per la chiesa di Santa Trinita e che adesso era possibile ammirare alla Galleria dell'Accademia e il " polittico Quaratesi " così detto perché commissionato dalla omonima famiglia a Gentile per essere collocato sull'altare maggiore proprio della vecchia chiesa di San Niccolò, di cui i Quaratesi avevano il patronato. Tuttavia questo dipinto non si trovava più in chiesa perché nel corso dei secoli gli eredi della stessa famiglia lo avevano ritirato e adesso era esposto agli Uffizi.
Ma l'opera che suscitava tanto l'interesse di don Sinibaldo era un'altra, una che aveva trovato in chiesa al momento del suo insediamento come parroco, ma per la quale non esistevano documenti che comprovassero con certezza che quella fosse la sua collocazione originaria. Aveva cercato più volte nell'archivio della chiesa qualche traccia che lo potesse aiutare a risalire non tanto alla committenza - questo era un fatto che interessava gli uomini di storia e, in particolare, un giovane studente d'arte che frequentava spesso al parrocchia, "Poggiolino", come lo chiamava don Sinibaldo - quanto alla comprensione di quello che le figure, magistralmente dipinte, significavano.
Si domandava perché Gentile avesse messo insieme una scena così rara come quella dell'Intercessione di Gesù e la Madonna presso Dio Padre, con i Santi Cosma Damiano e Giuliano da una parte e la scena della risurrezione di Lazzaro dall'altra. E poi i due santi alle estremità laterali, cosa indicavano? Si chiedeva quale fosse stata la vicenda che poteva avere ispirato un dipinto che sembrava così ricco di motivazioni, che sembrava voler parlare direttamente ai fedeli, raccontare una storia precisa e non solo spingere ad una generica devozione. Aveva cercato nei documenti qualcosa sull'opera, ma dai documenti che "Poggiolino" aveva trovato nell'archivio dell'Ufficio Regionale delle Belle Arti non si riusciva ad andare più indietro del 1857. L'anno in cui, Ferdinando Rondoni, negli elenchi compilati per conto della Direzione delle Reali Gallerie di Firenze degli oggetti d’arte di chiese e conventi di Firenze e Toscana, aveva censito il polittico all'interno del patrimonio della chiesa. E allora forse la collocazione originale non era San Niccolò…..ma quale altra?
Don Sinibaldo stava preparando i paramenti in sacrestia quando si rese conto che qualcosa stava succedendo in chiesa. Quando vi entrò si accorse che l'altare centrale era in fiamme e che queste già minacciavano da vicino gli arredi circostanti tra cui si trovavano tre dei dipinti più importanti della chiesa. Subito chiese aiuto, suonando le campane a distesa e intanto cercava di spengere l'incendio con i pochi mezzi che aveva a disposizione, ma le fiamme avanzavano rapidamente ed uno dei dipinti fu presto avvolto direttamente dalle fiamme. Quando arrivarono i pompieri l'incendio stava ancora divampando e fu solo grazie al loro intervento che le fiamme furono domate. Ma quante e quali vittime avevano fatto?



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