La notte era trascorsa tranquilla nella sede dell'Arsenale dei Pompieri, nessun intervento era stato richiesto e le guardie si apprestavano al cambio di turno. A Firenze
la "Guardia del Fuoco" era sentita come un orgoglio cittadino perché la città era stata una delle prime in Italia a dotarsi di questo servizio a partire già dal secolo precedente e per le capacità che le guardie avevano dimostrato nei numerosi interventi. Negli anni precedenti si erano ulteriormente perfezionate
le procedure di intervento: da poco tempo, per esempio, era la campana di Palazzo Vecchio a suonare l'allarme quando i pompieri dovevano intervenire. I pompieri si erano dotati anche di alcune coppie di cavalli che venivano utilizzati per trainare le pesanti pompe a vapore, costituite da un cassone fatto a carro con diversi condotti di ottone uniti da cinghie di cuoio, per gettare acqua a qualunque altezza ci fosse stato bisogno.Quella notte aveva prestato servizio anche il Comandante dell'Arsenale, il “sòr Tommaso”, che certo non si sottraeva al duro lavoro. Le guardie che dovevano sostituire i loro colleghi stavano arrivando nella sede in centro e, come tutte le mattine, il cambio delle consegne avveniva in pieno clima di scherzi e giovialità. Fu proprio durante quei momenti che si sentì suonare a martello
la campana di Palazzo Vecchio che avvertiva che in città era scoppiato un incendio, rimandando il suono che veniva dalla chiesa di San Niccolò. Bastò quello per far cambiare il clima all'interno dell'Arsenale; le guardie sapevano perfettamente cosa dovevano fare in quei frangenti. Pochi comandi a voce del comandante bastarono per mettere i cavalli al tiro dei carri e predisporre
le biciclette che servivano alle guardie per correre sul luogo dell'incendio. In quell'istante arrivò di corsa “Poggiolino”, il giovane Giovanni che don Sinibaldo aveva mandato per avvertire i pompieri dove dovevano recarsi e per quale motivo. Il "sòr Tommaso", il comandante, non voleva perdere tempo: sapeva benissimo che per salvare una vita anche pochissimi istanti potevano essere importanti. Quando il portone dell'Arsenale si aprì un gruppo di guardie in bicicletta precedevano il carro dove si trova la macchina a vapore e quello delle scale con il resto dell'attrezzatura."Alla chiesa di San Niccolò diladdarno" grido' Giovanni, rivolto al comandante, "sta bruciando l'altare maggiore". Bastarono quelle poche parole a fargli visualizzare l'interno della chiesa. Il comandante faceva quel lavoro con una dedizione e un impegno che andava ben oltre quello di tutti i suoi colleghi. Nei momenti di riposo, ed erano ben pochi, andava in visita dei luoghi pubblici e religiosi della città e questo gli consentiva di averne una conoscenza esatta. Sapeva cosa si sarebbe trovato di fronte una volta entrato in chiesa e che, con molta probabilità, a quell’ora non ci sarebbero state persone, all'interno, a rischio di vita. Si voltò verso la guardia che guidava il carro delle scale e gridò: "scale per 5 metri, una carrucola e corda".
Il pompiere in bicicletta alla testa della carovana suonava a perdifiato il corno per avvertire del loro passaggio i pochi passanti infreddoliti che si muovevano ancora lentamente per la città e che, seppure ancora insonnoliti, rimanevano affascinati da quella visione dei cavalli che al trotto trainavano carri con macchine luccicanti che lasciavano dietro di sé strisce biancastre di vapore. Percorsero il lungarno, poi attraversarono il ponte alle Grazie, poi ancora un tratto del lungarno diladdarno, prima di entrare nelle viuzze strette del quartiere di San Niccolò. Arrivati alla chiesa videro che alcune persone avevano formato una catena umana e si passavano dei secchi d'acqua. Il parroco, don Sinibaldo, comandava la cordata dall’interno della chiesa dove si trovava l’origine delle fiamme. Mentre alcune guardie collegavano gli idranti alla macchina a vapore, il comandante e altri due uomini, con le scale, la corda e il grosso verricello, si precipitarono all'interno; il fumo aveva già invaso parte della chiesa ma si riusciva ancora a vedere gli arredi che dovevano essere salvati. Le pareti del presbiterio erano rivestite da una pannellatura in legno che verosilmente aveva dato esca all’incendio. Non c'era molto spazio tra l'altare e il muro e purtroppo un trittico di grandi dimensioni era stato già attaccato dalle fiamme: si decise di provare a salvare gli altri due dipinti che decoravano l’ambiente. Ce n'era
uno largo all'incirca due metri e alto un metro, suddiviso in più scomparti; ancora più spostato, in una posizione defilata rispetto all'altare c'era un terzo dipinto, più piccolo dei precedenti. Posizionata la scala alla parete il comandante iniziò a salire, sentendo il calore delle fiamme alla sua sinistra. Il fumo gli entrava in gola, ma nonostante l’età il "sòr Tommaso", per la lunga abitudine, era capace di stare senza respirare a lungo. Arrivato alla sommità della scala, agganciò il verricello ad un piolo, fece girare intorno una estremità della corda e la passò all'anello di una delle due attaccaglie che sostenevano il dipinto lungo la parete. Poi con grande sforzo riuscì a sollevarlo per fare uscire l'anello dal gancio del muro; stimò dentro di sé che il dipinto non fosse molto pesante, trenta o quaranta chilogrammi compreso il grosso cornicione che lo racchiudeva. "Tieni forte" gridò alla guardia in basso che teneva l'altra estremità della corda, mentre lui, spostando la scala con le gambe, si avvicinò all'altra attaccaglia che riuscì a distaccare dal gancio ancora con più facilità. A quel punto il dipinto che si trovava sospeso in aria, ebbe una oscillazione, ma, tenuto saldamente dalla corda, venne fatto scivolare rapidamente in basso. E poi trasportato velocemente al sicuro, mentre Tommaso toglieva senza eccessiva fatica dalla parete il dipinto più piccolo e, tenendolo sotto braccio, scendeva dalla scala. Gli idranti erano stati collegati alla macchina ed erano stati trascinati in prossimità dell’altare; Tommaso aveva individuato dove si trovava esattamente il focolaio dell’incendio. Per quanto possibile voleva evitare di correre il rischio di danneggiare ulteriormente, con il potente getto di acqua, il grande trittico già attaccato dalle fiamme. Quindi soltanto dopo essersi avvicinato ancora alle fiamme diede ordine di dare pressione agli idranti. Indirizzò il getto esattamente sul fuoco e bastarono pochi minuti per spegnere le fiamme. Un denso fumo riempì tutto il presbiterio, ma ormai il peggio era passato. Don Sinibaldo, stremato dalla fatica, bagnato e sporco di fumo, sedeva sulla panca di prima fila. Sulla sua faccia si poteva leggere tutto lo sgomento per quanto era successo. Vicino a lui sedeva il "sòr Tommaso", i cui sentimenti erano decisamente l’opposto di quelli del prete: di soddisfazione per aver salvato delle opere antiche e per aver limitato i danni dell’incendio al minimo. Quando i parrocchiani accorsero per vedere cosa fosse successo, in chiesa il fumo si era ormai diradato e poterono vedere seduti accanto quei due uomini, così diversi l’uno dall’altro, ma che, in modo simile, spendevano la loro vita per il bene degli altri.