16 settembre 2005

Cavalcaselle e il Polittico dell'Intercessione (e un meno noto catalogo amministrativo)


La morte di Giovan Battista Cavalcaselle e l’incendio di San Niccolò Oltrarno non erano solo due eventi luttuosi per il mondo dell’arte, casualmente capitati lo stesso giorno.La coincidenza si estendeva anche al particolare, poiché Cavalcaselle aveva avuto un ruolo importantissimo anche per la storia del Polittico dell’Intercessione.Non era stato il primo ad accorgersi dell’opera: nel 1862 già questa scoperta era stata fatta da Ferdinando Rondoni come opera di Gentile, ma questa segnalazione era rimasta sepolta nelle filze d’archivio dell’Amministrazione delle Belle Arti e ignota ai più.
Citiamo qui il brano per esteso:
Ferdinando Rondoni, Inventario degli oggetti d’arte esistenti nella chiesa Parrocchiale e Prioria di San Niccolò Oltrarno, situata in Firenze, Piazza di San Niccolò, Archivio Catalogo della Soprintendenza ai Beni Artistici, Storici e Demoantropologici di Firenze.
Inventario della sagrestia30 – sopra uno dei post-tergali a destra è posta una tavoletta divisa in cinque scomparti sagomati a fantasia nelle parti superiori, la quale in quello medio che è il più alto ha il Dio Padre in gloria col Cristo e la Vergine in basso; in quei di destra sono i Santi Cosma e Damiano e Paolo, e S. Mauro. In quei di sinistra la Resurrezione di Lazzaro ed un Santo Vescovo, figurette 1/4 del vero dipinte a tempera su fondo oro finemente lavorate e credesi della mano di Gentile da Fabriano che merita essere preso in considerazione.”
Ma fu Giovan Battista Cavalcaselle, nel 1866, a rendere pubblica la notizia, rilanciandola a livello internazionale nella sua “A new history of painting in Italy from the second to the sixteenth century” scritto durante il suo soggiorno inglese insieme a J. A. Crowe:
"The Eternal, surrounded by a glory of Cherubim of Umbrian type, sending down the dove of the Holy Ghost to the Virgin and Christ, both of whom kneel on a rainbow, spanning a golden heaven lighted by a sun in relief. The resurrection of Lazarus, in the foreground of a landscape, and St. Louis of Toulouse, form the subjects of one side; whilst on the other are St. Cosimo, Damian, and a third saint together, and St. Benedict with a chained devil. It is more hasty than the Virgin of the Quaratesi, and strongly impressed with the defects of the Umbrian and Gubbian schools." Se non lo scopritore del Polittico dell'Intercessione, quindi, Cavalcaselle fu comunque il suo primo critico e resta a tutt'oggi la sua prima fonte bibliografica moderna.

Necrologio del Cavalcaselle


da "La Nazione", 4-5 novembre 1897


Il cav. Gio Batt.a Cavalcaselle

Annunziamo con profondo rammarico la morte del cav. Gio. Batt.a Cavalcaselle, che dimorò molti anni in Firenze. Era nato sessantacinque anni fa a Legnago.
Illustre critico d'arte, si debbono a lui molte geniali ed autorevoli opere. Da giovane fu patriota valoroso e prese parte a varie campagne dell'indipendenza nazionale. Esiliato, si recò a Londra ove rimase parecchio tempo, confortato nel dolore per la lontananza della sua cara terra, dagli onori ché gli venivano per le opere sue.
Il celebre libraio, Murray, lo incaricò di illustrare, per suo conto, una edizione inglese del Vasari. Il Cavalcaselle, prima di accingersi al lavoro, volle visitare e studiare le opere originali descritte dal grande biografo aretino. Ecco quindi a tale scopo un viaggio per le principali città d'Europa, e in tal viaggio raccolse un vero tesoro di cognizioni.
Si uniì al Crowe per dar fuori quei meravigliosi lavori storici che i cultori dell'arte di tutto il mondo lessero subito avidamente. Ricorderemo tra i molti la "Storia dell'antica pittura olandese", quella " Pittura in Italia dal secolo XII al XVI", la "Vita e i tempi del Tiziano".
Nel 1859 tornava in patria, chiamatovi dal Governo, ma subito dopo recarsi a Vienna per riordinarvi quella Galleria del Belvedere.
Fece altre e importantissime pubblicazioni, tra le quali le "Ricerche sul ritratto di Dante" e quella sulla "Vita e le opere di Raffaello" e fu collaboratore prezioso del "Dizionario dei pittori" del Mayer.
Fu ispettore del R. Museo Nazionale nel Palagio del Podestà a Firenze e poi a Roma ispettore artistico presso il Ministero della Pubblica Istruzione.
La morte di questo illustre critico d'arte, maestro insigne, mirabile ricostruttore delle origini e del fiorire del Rinascimento, segna un vero lutto italiano.

15 settembre 2005

5 - Per le antiche scale


Ufficio del Conservatore Regionale dei Monumenti
5 novembre 1897


Giovanni Poggi, colui che don Sinibaldo chiamava amichevolmente “Poggiolino” - per distinguerlo da un altro e più ingombrante, Poggi - aveva appena diciassette anni all’epoca dei fatti, ma il suo aspetto, i suoi modi educati e il suo parlare appropriato lo facevano sembrare più adulto della sua giovane età.
Come aveva promesso a don Sinibaldo, appena trascorse le festività dei Santi e dei Morti, si recò presso l’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti a chiedere informazioni per riparare quanto era stato danneggiato dall’incendio accaduto alla chiesa di San Niccolò e alle sue opere. Pur avendo già alcune volte visitato la Galleria degli Uffizi, mai aveva varcato il portone che lo faceva accedere alle stanze dove eminenti studiosi spendevano il loro tempo per catalogare, studiare, conservare, esporre quegli splendidi capolavori che da tutto il mondo la gente veniva ad ammirare. Era emozionato e, con il cappello in mano, informò l’usciere della sua visita. Questi, una volta riempito un modulo e registrato il nome del visitatore, lo accompagnò da un impiegato, poi dal capo gabinetto, poi dal segretario ed infine dall’Ispettore. A tutte queste persone veniva ripetuta la stessa frase. A qualsiasi altra persona questa procedura sarebbe sembrata un eccesso di burocrazia e perdita di tempo; a Giovanni Poggi parve essere la chiave di una organizzazione che determinava il perfetto funzionamento di quell’Ufficio.
Quando finalmente venne introdotto nella stanza dell’Ispettore, Giovanni, si trovò di fronte ad un uomo obeso, rossiccio, dall’aspetto pacifico con una figura che ricordava quella di un mite e cordiale fratacchione. Sulla targa della scrivania poteva leggere il nome e la carica: “Ispettore Guido Carocci”. L’emozione aumentò, un leggero tremore delle mani accompagnò un lieve giramento di testa. Con parole cordiali l’Ispettore lo fece accomodare e questo permise a Giovanni di recuperare un po’ il controllo di se stesso. Le pareti dell’ufficio erano coperte da scaffalature riempite da contenitori con all’interno centinaia, forse migliaia, di schede dove con una bella calligrafia erano annotati i dati di tante e poi tante opere d’arte: riuscì a leggere velocemente alcuni nomi delle località - Colle Val d'Elsa, Sestano, Palazzo Pretorio di Buggiano, Montalcino, Collegiata di Asciano, Collegiata di Empoli - e comprese così quanto impegnativa fosse l’attività di catalogazione che non si limitava soltanto alla città, ma si estendeva anche al territorio della provincia e della regione.
La prima impressione che Giovanni si fece dell’Ispettore fu suggerita dall’ordine e dalla precisione con cui tutto l’ufficio era tenuto. Sulla scrivania si trovava il necessaire per scrivere, una lampada, alcune lettere e, al centro, la pagina del quotidiano locale che riportava la notizia dell’incendio alla chiesa. Giovanni intuì che forse il suo arrivo era avvenuto proprio nel momento in cui l’Ispettore stava leggendo quella notizia. Incoraggiato dalla coincidenza esordì dicendo: “ Egregio ispettore, come avrà potuto vedere, oggi il giornale riporta una grave notizia di quello che è…”. Non fece in tempo a finire la frase che venne bruscamente interrotto dal Carocci che con voce autorevole e commossa disse: “Eh no, caro giovinotto!, le brutte notizie non viaggiano mai da sole. Visto che lei ha tanto a cuore la sua chiesa e le opere che vi si trovano, dovrebbe sapere che da questo stesso giornale proprio oggi si viene a sapere della morte di uno dei migliori ingegni fra gli storici dell’arte - Giovan Battista Cavalcaselle. Tutti quanti dovremmo essergli riconoscenti per quello che ha fatto. E se lei ha intenzione di continuare questi studi non potrà fare a meno del suo insegnamento”.
Carocci era profondamente legato alla figura di Cavalcaselle. Aveva condiviso totalmente quello che lo studioso aveva sostenuto pochi anni prima e in quel momento si rese conto di quanto le opinioni di lui avessero inciso sulla propria attività di funzionario dell’Amministrazione delle Belle Arti. E assorto nei suoi pensieri ricordava quasi a memoria: “E’ assolutamente necessario che si faccia un inventario di tutte le opere d’arte del regno, sieno queste nelle gallerie regie, comunali o provinciali, sieno nelle chiese, conventi, monasteri, confraternite, luoghi pii, corporazioni religiose ecc… perchè la nazione abbia a sapere quante e quali essa ne possiede. Da un tale inventario generale si passerà a formare un catalogo, classificando le opere sotto la propria scuola, epoca e nome del loro autore. Con questo catalogo alla mano si verrà a conoscere a colpo d’occhio quali e quante opere si avrebbe d’uno stesso autore, e di una data scuola; di quali si mancasse, e dove all’occorrenza si potrebbe trovare una data pittura di cui abbisognasse una galleria per compiere l’intera serie delle opere della propria scuola”.
Giovanni non poté fare a meno di notare la commozione che nel frattempo era salita agli occhi del Carocci.

4 - La foto ricordo




Arsenale dei Pompieri: 31 ottobre, tarda mattinata


C'era una particolare agitazione quella mattina all'Arsenale dei Pompieri. Come fissato da tempo, si dovevano fare le foto delle guardie che si sarebbero conservate nell'archivio storico a testimonianza degli uomini che nel 1987 facevano parte del glorioso corpo. Erano stati invitati ad essere presenti tutti i componenti del servizio e per questo quella mattina il cortile dell'Arsenale era ancora più movimentato del solito.Tommaso Cassai, il nostro sòr Tommaso, non si ricordava di quell'appuntamento mentre stancamente tornava dall'intervento in San Niccolo'. Ma appena rientrato nell'Arsenale, fu avvicinato da una guardia che l’apostrofò: "Presto, comandante, venga: lei deve stare al centro del gruppo. Sergio, il fotografo del Galluzzo, è gia arrivato e siamo pronti per lo scatto". Una veloce pulizia della divisa, una riassettata ai capelli e Tommaso era già seduto al centro dell'inquadratura con intorno tutti i suoi uomini. Percepiva l'euforia dei suoi uomini e sentiva che nei loro cuori batteva l'orgoglio del loro lavoro. Il fotografo impiegò ancora qualche minuto per finire di sistemare l'apparecchiatura. Fino a quel momento la tensione nervosa l'aveva sostenuto, ma ora, così seduto e rilassato, il Comandante si lasciò andare a quel clima di euforia e spensieratezza. Una volta fatte le foto ci sarebbe stato il pranzo e dopo sarebbe andato a riposarsi a casa. Il rapporto sull'incendio della chiesa l'avrebbe scritto il giorno dopo. Di quell’incendio si occupò pure la stampa che nei giorni successivi pubblicò un breve articolo: "Ieri mattina, nella chiesa parrocchiale di San Niccolò di cui è parroco don Sinibaldo Conti, si sviluppò un incendio all’altar maggiore. Il fuoco danneggiò l’altare e alcuni quadri di valore. Sul luogo accorsero i pompieri, i quali in meno di mezzora spensero l’incendio. La causa si attribuisce ad una favilla caduta da una candela accesa. I danni non sono precisati, ma si fanno ascendere ad alcune migliaia di lire. La chiesa è assicurata alla Fondiaria ” (La Nazione, martedì - mercoledì 4 - 5 novembre 1897).

13 settembre 2005

3 - I tormenti di don Sinibaldo



Chiesa di San Niccolò: 31 ottobre 1897, mattina



Seduto sulla panca con il busto piegato in avanti, la testa incassata nelle spalle, le braccia abbandonate sulle gambe, don Sinibaldo rimase a lungo in questa posizione dopo che gli altri se ne erano andati. Aveva ascoltato con pazienza coloro che si erano avvicinati e con parole di conforto cercavano di incoraggiarlo: "Tutto sommato non ci sono danni gravi” aveva detto il capitano dei pompieri. “E poi a Firenze ci sono dei bravi restauratori. Orsù don Sinibaldo, vedrà che presto rimetteremo tutto a posto. Io mi occuperò di far intervenire il Regio Comitato Tecnico delle Belle Arti e Monumenti e di seguire la pratica per l'assicurazione" aveva aggiunto Giovanni “Poggiolino”. I parrocchiani invece si erano mostrati più sfiduciati: "Anni fa l'alluvione, ora un incendio, ma cosa abbiamo fatto al buon Dio".
“Già, il buon Dio”, meditava dentro di sé. Un'improvvisa inquietudine si era impadronita di lui. Don Sinibaldo stava così, con gli occhi fissi verso l'altare, ma nella sua testa i pensieri spaziavano altrove sovrapponendosi gli uni agli altri. Aveva ringraziato e abbracciato tutti, ma il sacerdote era preso da altri tormenti. In città c'erano stati recentemente degli atti vandalici provocati da un movimento anticlericale e adesso temeva che anche questo incendio fosse stato appiccato da qualcuno di loro e che questi vandali fossero abitanti del quartiere. Sarebbe stato per lui terribile. Avrebbe significato che non era stato capace di parlare al cuore e alla testa della gente e, forse ancora peggio, che non aveva saputo ascoltare la gente, non aveva cognizione di quali fossero i loro pensieri, le loro difficoltà. Se questa riflessione si fosse rivelata giusta avrebbe significato una cosa soltanto: che non era stato un buon pastore per i suoi parrocchiani! E se invece avessero avuto ragione i parrocchiani a vedere nell' incendio un segnale, una punizione divina? Se era così allora c'era qualcosa che non andava nel suo sacerdozio e la punizione era per lui? Soltanto poco prima erano passate per la sua testa quelle parole che lo avevano tanto colpito al risveglio: “Vanitas vanitatum”. Gli venne anche in mente un agghiacciante passo del Vangelo di Matteo: " Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco". Contrariamente a quanto pensava in quel momento, a lui sembrava di essere un buon pastore; riceveva tutti in chiesa e aiutava nei modi migliori i più bisognosi. Certo, e' vero, ogni tanto si prendeva del tempo per sé, per studiare i fatti della storia, in particolare quella del suo quartiere, ma questo pensava che facesse parte del sacerdozio." Più conosci il passato meglio comprendi il presente" diceva spesso agli altri ma anche a se stesso. Poi accadde qualcosa che attirò la sua attenzione. Un alito, un soffio di vento formò un mulinello di fumo che ancora ristagnava nel presbiterio e lo fece uscire dalla finestra in alto vicino all'altare. Abbassò lo sguardo e vide in terra i vetri caduti dalla finestra. Si ricordò di come le fiammelle delle candele ondeggiavano quando le aveva accese quella mattina. Improvvisamente comprese quello che era accaduto. Non si trattava di attentati e nemmeno di punizioni divine; un incidente, un banale incidente che poteva avere conseguenze ben più gravi. Se così era avevano senz’altro ragione il comandante dei pompieri, il sòr Tommaso, e Giovanni “Poggiolino” ad incoraggiarlo a pensare al futuro in modo propositivo. Rimase per un attimo in silenzio a meditare sugli avvenimenti in questa ottica nuova. Fu pervaso da una calma profonda che durò appena pochi istanti, durante i quali rammentò quanto aveva appreso dai racconti dei vecchi e dai libri di storia, ricomponendo in una sequenza drammatica tutte le sciagure che erano accadute alla chiesa e al popolo di San Niccolò nei secoli. Molte inondazioni dell’Arno avevano colpito il quartiere, causando morti, feriti e danni ingenti. Nel Quattrocento la chiesa era stata addirittura distrutta da un incendio e poi con il contributo di tutti, dalle famiglie agiate ai poveri parrocchiani, era stata ricostruita. Da sempre e per qualsiasi sventura, la forza della ragione e della fede avevano avuto il sopravvento: non c’era mai stato una volta che gli uomini si fossero lasciati andare alla autocommiserazione o allo scoramento. Sì, anche questa volta doveva andare così. Con il sudore del duro lavoro e la preghiera si doveva superare anche questo triste momento. Don Sinibaldo si scosse da quella sorta di torpore che gli era caduto addosso, si alzò dalla panca per chiamare a gran voce i parrocchiani che nel frattempo stavano in gruppi sul sagrato a chiacchierare a bassa voce. Alle donne chiese di asciugare la chiesa, pulire, cambiare gli arredi, agli uomini di togliere le masserizie bruciate. Se tutto andava bene, quel giorno stesso avrebbe potuto celebrare la messa di nuovo. Ci fu subito un gran movimento, tutti accorsero in aiuto mentre don Sinibaldo se ne andava verso il Palazzo Arcivescovile dove avrebbe chiesto udienza all’arcivescovo, il cardinal Agostino Bausa. Lungo il cammino, riassettandosi la veste, pensava alle parole che avrebbe usato per convincere Sua Eminenza a riconsacrare quel giorno stesso la chiesa per poter celebrare nei giorni successivi le liturgie di Ognissanti e del giorno dei Morti.

2 - I salvatori e le vittime



Arsenale dei Pompieri: 31 ottobre 1897, mattina


La notte era trascorsa tranquilla nella sede dell'Arsenale dei Pompieri, nessun intervento era stato richiesto e le guardie si apprestavano al cambio di turno. A Firenze la "Guardia del Fuoco" era sentita come un orgoglio cittadino perché la città era stata una delle prime in Italia a dotarsi di questo servizio a partire già dal secolo precedente e per le capacità che le guardie avevano dimostrato nei numerosi interventi. Negli anni precedenti si erano ulteriormente perfezionate le procedure di intervento: da poco tempo, per esempio, era la campana di Palazzo Vecchio a suonare l'allarme quando i pompieri dovevano intervenire. I pompieri si erano dotati anche di alcune coppie di cavalli che venivano utilizzati per trainare le pesanti pompe a vapore, costituite da un cassone fatto a carro con diversi condotti di ottone uniti da cinghie di cuoio, per gettare acqua a qualunque altezza ci fosse stato bisogno.Quella notte aveva prestato servizio anche il Comandante dell'Arsenale, il “sòr Tommaso”, che certo non si sottraeva al duro lavoro. Le guardie che dovevano sostituire i loro colleghi stavano arrivando nella sede in centro e, come tutte le mattine, il cambio delle consegne avveniva in pieno clima di scherzi e giovialità. Fu proprio durante quei momenti che si sentì suonare a martello la campana di Palazzo Vecchio che avvertiva che in città era scoppiato un incendio, rimandando il suono che veniva dalla chiesa di San Niccolò. Bastò quello per far cambiare il clima all'interno dell'Arsenale; le guardie sapevano perfettamente cosa dovevano fare in quei frangenti. Pochi comandi a voce del comandante bastarono per mettere i cavalli al tiro dei carri e predisporre le biciclette che servivano alle guardie per correre sul luogo dell'incendio. In quell'istante arrivò di corsa “Poggiolino”, il giovane Giovanni che don Sinibaldo aveva mandato per avvertire i pompieri dove dovevano recarsi e per quale motivo. Il "sòr Tommaso", il comandante, non voleva perdere tempo: sapeva benissimo che per salvare una vita anche pochissimi istanti potevano essere importanti. Quando il portone dell'Arsenale si aprì un gruppo di guardie in bicicletta precedevano il carro dove si trova la macchina a vapore e quello delle scale con il resto dell'attrezzatura."Alla chiesa di San Niccolò diladdarno" grido' Giovanni, rivolto al comandante, "sta bruciando l'altare maggiore". Bastarono quelle poche parole a fargli visualizzare l'interno della chiesa. Il comandante faceva quel lavoro con una dedizione e un impegno che andava ben oltre quello di tutti i suoi colleghi. Nei momenti di riposo, ed erano ben pochi, andava in visita dei luoghi pubblici e religiosi della città e questo gli consentiva di averne una conoscenza esatta. Sapeva cosa si sarebbe trovato di fronte una volta entrato in chiesa e che, con molta probabilità, a quell’ora non ci sarebbero state persone, all'interno, a rischio di vita. Si voltò verso la guardia che guidava il carro delle scale e gridò: "scale per 5 metri, una carrucola e corda".
Il pompiere in bicicletta alla testa della carovana suonava a perdifiato il corno per avvertire del loro passaggio i pochi passanti infreddoliti che si muovevano ancora lentamente per la città e che, seppure ancora insonnoliti, rimanevano affascinati da quella visione dei cavalli che al trotto trainavano carri con macchine luccicanti che lasciavano dietro di sé strisce biancastre di vapore. Percorsero il lungarno, poi attraversarono il ponte alle Grazie, poi ancora un tratto del lungarno diladdarno, prima di entrare nelle viuzze strette del quartiere di San Niccolò. Arrivati alla chiesa videro che alcune persone avevano formato una catena umana e si passavano dei secchi d'acqua. Il parroco, don Sinibaldo, comandava la cordata dall’interno della chiesa dove si trovava l’origine delle fiamme. Mentre alcune guardie collegavano gli idranti alla macchina a vapore, il comandante e altri due uomini, con le scale, la corda e il grosso verricello, si precipitarono all'interno; il fumo aveva già invaso parte della chiesa ma si riusciva ancora a vedere gli arredi che dovevano essere salvati. Le pareti del presbiterio erano rivestite da una pannellatura in legno che verosilmente aveva dato esca all’incendio. Non c'era molto spazio tra l'altare e il muro e purtroppo un trittico di grandi dimensioni era stato già attaccato dalle fiamme: si decise di provare a salvare gli altri due dipinti che decoravano l’ambiente. Ce n'era uno largo all'incirca due metri e alto un metro, suddiviso in più scomparti; ancora più spostato, in una posizione defilata rispetto all'altare c'era un terzo dipinto, più piccolo dei precedenti. Posizionata la scala alla parete il comandante iniziò a salire, sentendo il calore delle fiamme alla sua sinistra. Il fumo gli entrava in gola, ma nonostante l’età il "sòr Tommaso", per la lunga abitudine, era capace di stare senza respirare a lungo. Arrivato alla sommità della scala, agganciò il verricello ad un piolo, fece girare intorno una estremità della corda e la passò all'anello di una delle due attaccaglie che sostenevano il dipinto lungo la parete. Poi con grande sforzo riuscì a sollevarlo per fare uscire l'anello dal gancio del muro; stimò dentro di sé che il dipinto non fosse molto pesante, trenta o quaranta chilogrammi compreso il grosso cornicione che lo racchiudeva. "Tieni forte" gridò alla guardia in basso che teneva l'altra estremità della corda, mentre lui, spostando la scala con le gambe, si avvicinò all'altra attaccaglia che riuscì a distaccare dal gancio ancora con più facilità. A quel punto il dipinto che si trovava sospeso in aria, ebbe una oscillazione, ma, tenuto saldamente dalla corda, venne fatto scivolare rapidamente in basso. E poi trasportato velocemente al sicuro, mentre Tommaso toglieva senza eccessiva fatica dalla parete il dipinto più piccolo e, tenendolo sotto braccio, scendeva dalla scala. Gli idranti erano stati collegati alla macchina ed erano stati trascinati in prossimità dell’altare; Tommaso aveva individuato dove si trovava esattamente il focolaio dell’incendio. Per quanto possibile voleva evitare di correre il rischio di danneggiare ulteriormente, con il potente getto di acqua, il grande trittico già attaccato dalle fiamme. Quindi soltanto dopo essersi avvicinato ancora alle fiamme diede ordine di dare pressione agli idranti. Indirizzò il getto esattamente sul fuoco e bastarono pochi minuti per spegnere le fiamme. Un denso fumo riempì tutto il presbiterio, ma ormai il peggio era passato. Don Sinibaldo, stremato dalla fatica, bagnato e sporco di fumo, sedeva sulla panca di prima fila. Sulla sua faccia si poteva leggere tutto lo sgomento per quanto era successo. Vicino a lui sedeva il "sòr Tommaso", i cui sentimenti erano decisamente l’opposto di quelli del prete: di soddisfazione per aver salvato delle opere antiche e per aver limitato i danni dell’incendio al minimo. Quando i parrocchiani accorsero per vedere cosa fosse successo, in chiesa il fumo si era ormai diradato e poterono vedere seduti accanto quei due uomini, così diversi l’uno dall’altro, ma che, in modo simile, spendevano la loro vita per il bene degli altri.

1 - L'incendio della vigilia di Ognissanti



Chiesa di San Niccolò: 31 ottobre 1897, all'alba


Il tempo era cambiato quasi all'improvviso durante la notte.
Don Sinibaldo Conti, parroco di San Niccolò Oltrarno, dormiva profondamente nella canonica, cercando di ritemprarsi in vista delle lunghe e solenni celebrazioni di Ognissanti. Il rumore in lontananza di una finestra che sbatteva lo svegliò di soprassalto. Alzandosi vide dalla finestra della sua stanza, sui tetti delle case vicine ancora bagnati dalla pioggia, il riflesso biancastro della facciata della chiesa di San Miniato al Monte; vide anche nel cielo terso e profondo la via lattea e le costellazioni circumpolari, prima che la luce del nascente, lattiginoso giorno, sbiadisse il cielo notturno. Come tutte le mattine doveva celebrare la messa per i suoi parrocchiani: sarebbe stata solo una prima delle tante funzioni commemorative che lo avrebbero impegnato per i giorni a venire, Ognissanti prima, il giorno dei Morti poi. I paramenti funerari, il nero e il violetto, avrebbe sostituito, nel breve volgere di un giorno, i paramenti bianchi e oro della festa solenne del giorno prima. " Vanitas vanitatum. Omnia vanitas". "Vanità di vanità, tutto è vanità"; avrebbe ricordato la liturgia. E " Vanitas vanitatum" ripeteva fra sé e sé, a fior di labbra don Sinibaldo. Tutto è fugace e caduco nella vita. Un pensiero particolarmente adatto al giorno dei Morti, in effetti. Al trionfo dei Santi, succedeva la mortificazione e la corruzione della carne.
Accendendo le candele sull'altare maggiore si rese conto da dove era provenuto il rumore che lo aveva svegliato: la finestra al di sopra dell'altar maggiore era aperta, i vetri in terra ed una leggera brezza muoveva il fuoco delle candele. Dentro di sé fece il pensiero di far sostituire prima possibile quel vetro rotto per evitare che, se ricominciava a piovere, l'acqua potesse danneggiare i dipinti che si trovavano vicino alla finestra.
Una volta conclusa la recita del breviario, rimase in contemplazione di un dipinto che ormai da un po' di tempo lo interessava. Era attirato da quella immagine perchè non era ancora riuscito a comprenderne il significato nel profondo. Si trattava di un dipinto che uno degli studiosi più famosi , attribuiva al grande Gentile da Fabriano che nei primi anni del Quattrocento aveva lavorato a Firenze per alcune famiglie importanti della città. Di questa sua attività fiorentina si potevano ancora ammirare in città due capolavori universalmente riconosciuti: l'Adorazione" dei Magi che il grande maestro aveva eseguito per la chiesa di Santa Trinita e che adesso era possibile ammirare alla Galleria dell'Accademia e il " polittico Quaratesi " così detto perché commissionato dalla omonima famiglia a Gentile per essere collocato sull'altare maggiore proprio della vecchia chiesa di San Niccolò, di cui i Quaratesi avevano il patronato. Tuttavia questo dipinto non si trovava più in chiesa perché nel corso dei secoli gli eredi della stessa famiglia lo avevano ritirato e adesso era esposto agli Uffizi.
Ma l'opera che suscitava tanto l'interesse di don Sinibaldo era un'altra, una che aveva trovato in chiesa al momento del suo insediamento come parroco, ma per la quale non esistevano documenti che comprovassero con certezza che quella fosse la sua collocazione originaria. Aveva cercato più volte nell'archivio della chiesa qualche traccia che lo potesse aiutare a risalire non tanto alla committenza - questo era un fatto che interessava gli uomini di storia e, in particolare, un giovane studente d'arte che frequentava spesso al parrocchia, "Poggiolino", come lo chiamava don Sinibaldo - quanto alla comprensione di quello che le figure, magistralmente dipinte, significavano.
Si domandava perché Gentile avesse messo insieme una scena così rara come quella dell'Intercessione di Gesù e la Madonna presso Dio Padre, con i Santi Cosma Damiano e Giuliano da una parte e la scena della risurrezione di Lazzaro dall'altra. E poi i due santi alle estremità laterali, cosa indicavano? Si chiedeva quale fosse stata la vicenda che poteva avere ispirato un dipinto che sembrava così ricco di motivazioni, che sembrava voler parlare direttamente ai fedeli, raccontare una storia precisa e non solo spingere ad una generica devozione. Aveva cercato nei documenti qualcosa sull'opera, ma dai documenti che "Poggiolino" aveva trovato nell'archivio dell'Ufficio Regionale delle Belle Arti non si riusciva ad andare più indietro del 1857. L'anno in cui, Ferdinando Rondoni, negli elenchi compilati per conto della Direzione delle Reali Gallerie di Firenze degli oggetti d’arte di chiese e conventi di Firenze e Toscana, aveva censito il polittico all'interno del patrimonio della chiesa. E allora forse la collocazione originale non era San Niccolò…..ma quale altra?
Don Sinibaldo stava preparando i paramenti in sacrestia quando si rese conto che qualcosa stava succedendo in chiesa. Quando vi entrò si accorse che l'altare centrale era in fiamme e che queste già minacciavano da vicino gli arredi circostanti tra cui si trovavano tre dei dipinti più importanti della chiesa. Subito chiese aiuto, suonando le campane a distesa e intanto cercava di spengere l'incendio con i pochi mezzi che aveva a disposizione, ma le fiamme avanzavano rapidamente ed uno dei dipinti fu presto avvolto direttamente dalle fiamme. Quando arrivarono i pompieri l'incendio stava ancora divampando e fu solo grazie al loro intervento che le fiamme furono domate. Ma quante e quali vittime avevano fatto?